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Sotto il battito della "Pura Vida"

COSTARICA

C’è un momento preciso, in Costa Rica, in cui capisci che la realtà non ha bisogno di filtri, ma solo di essere ascoltata.

Non è il verde della giungla, così denso che sembra quasi di poterlo toccare. Non è nemmeno l'azzurro violento dell'oceano. È l'odore: un misto di terra bagnata subito dopo il temporale tropicale, di caffè tostato che esce dalle finestre aperte e di frutta troppo matura che fermenta al sole.

Camminavo per le strade di un villaggio lontano dai resort, dove la polvere si alza a ogni passo e si mescola all'umidità che ti incolla la camicia addosso. Lì, mi sono fermato a guardare.

Ho visto un vecchio pescatore con le mani segnate dal sale e dal tempo, che sorrideva a un bambino senza dire una parola. In quel silenzio, in quella luce ambrata e densa del pomeriggio, c’era tutto quello che cerco ogni volta che impugno la mia macchina fotografica.

Non cercavo il panorama da cartolina. Cercavo il ritmo del cuore di quel posto. Le facciate scrostate dal vento, i colori acidi delle case che sfidano la giungla, lo sguardo di chi non sa di essere osservato e, per questo, si mostra per ciò che è: splendidamente vero.

Mi dicono che sono un "cacciatore di emozioni". In Costa Rica ho imparato che le emozioni non si cacciano con la forza; si aspettano, con pazienza, all'angolo di una strada polverosa, finché non sono loro a trovarti.

Torno con le scarpe sporche di fango, la pelle bruciata dal sole e il mirino pieno di vita pura. Perché è la stessa verità che cerco quando racconto i vostri matrimoni: quella bellezza spettinata e profonda che accade solo quando smettiamo di metterci in posa e iniziamo, finalmente, a vivere.

Pura Vida non è un motto.
È l'unica posa che mi interessa documentare.


Dove il tempo non ha fretta.

COLOMBIA

Ci sono luoghi che non visiti, ma che ti entrano sottopelle come il calore umido del pomeriggio. La Colombia non la fotografi: la respiri, la ascolti, la aspetti.

Ricordo l’odore di mais arrostito delle arepas agli angoli delle strade di Cartagena, che si mescolava al profumo denso, quasi oleoso, del caffè appena macinato. Era un contrasto continuo: l’eleganza decadente dei muri coloniali color zafferano e indaco, scrostati dal sale, e la polvere grigia dei quartieri dove la vita pulsa più forte, tra il rumore dei vecchi motori e il ritmo lontano di una cumbia che esce da una radio gracchiante.

Lì, in mezzo a quel caos cromatico, ho capito cosa significa davvero "osservare".

Ho visto un'anziana donna con un vestito di un giallo violento vendere frutta sotto un sole accecante; non ho fotografato i suoi frutti, ma il modo in cui le sue dita nodose accarezzavano una papaya, con una dignità che sembrava eterna. Ho visto due bambini rincorrersi in un vicolo di fango, le loro risate che tagliavano l'aria carica di elettricità prima di un temporale.

In Colombia ho imparato a non avere fretta. Ho imparato che l'emozione più pura non sta nel "momento clou", ma nel tempo dell'attesa. In quel secondo di silenzio prima che un abbraccio si sciolga, o in quello sguardo perso di chi guarda l'orizzonte sperando in qualcosa di bello.

È questo che porto con me ogni volta che torno a casa. La capacità di vedere l’incanto nel quotidiano. La voglia di cercare quel "Realismo Magico" anche nel giorno del vostro matrimonio. Perché non serve inventare nulla: la vita, se sai aspettarla, è già il racconto più incredibile che si possa desiderare.

Nessuna posa. Solo la verità di un istante che non tornerà più.


BRASILE

Il battito che ti scuote le ossa.

Non puoi capire il Carnevale finché non senti il suono del surdo che ti vibra dentro lo sterno. Non è musica, è un battito cardiaco collettivo che trasforma milioni di persone in un unico, immenso organismo vivente.

Ero a Rio, immerso in una marea umana dove lo spazio vitale non esiste più. L’aria era densa, pesante, intrisa dell’odore aspro del lime schiacciato, della cachaça e del profumo dolciastro del sudore che, sotto il sole verticale, diventava oro sulla pelle della gente. Intorno a me, un delirio di piume di pavone, paillettes accecanti e polvere che si alzava dalle strade ad ogni colpo di tamburo.

In quel caos totale, il mio compito era scomparire.

Mentre il mondo guardava i carri monumentali, io cercavo lo sguardo di un vecchio percussionista stanco, con gli occhi chiusi per l'estasi. Cercavo il bacio rubato tra due ragazzi coperti di glitter color indaco, isolati dal rumore del mondo in un vicolo laterale. Cercavo la tensione nei muscoli di una ballerina un secondo prima che il ritmo esplodesse.

Fotografare il Brasile in quei giorni è stato come cercare di catturare un fulmine a mani nude. È stata una lezione brutale di fotografia documentaristica: impari a muoverti come un fantasma tra la folla, a prevedere il movimento di un milione di corpi, a scattare col cuore prima che con l'indice.

Ho capito che più il contesto è rumoroso, più il silenzio di un’emozione vera diventa potente.

Porto con me quella scarica elettrica. La stessa che cerco nei vostri matrimoni: quella capacità di isolare la bellezza dal disordine, il brivido dalla confusione. Perché anche nel giorno più affollato e caotico, c’è sempre un istante di pura, immobile verità che aspetta solo di essere visto.

Oltre la festa. Oltre la maschera. Solo la vita, nuda e bellissima.


Kenya. L’ essenza dell’istinto e il rosso della terra.

KENYA

In Kenya l’aria ha un sapore che non dimentichi: sa di erba secca bruciata dal sole, di legno di acacia e di quella polvere finissima, color ocra, che ti entra nei pori e non ti lascia più. È l’odore del selvaggio, di una natura che non chiede permesso e che ti ridimensiona a ogni respiro.

Durante il safari, ho imparato il valore del silenzio. Appostato nella savana, nel chiarore dorato dell'alba, non cercavo il "trofeo" fotografico. Cercavo la tensione: lo scatto di un muscolo, lo sguardo vitreo di un predatore, l'eleganza di un movimento nell'erba alta. Lì, tra il fruscio del vento e il richiamo lontano della natura, ho capito che essere un "Cacciatore di Emozioni" significa, prima di tutto, saper sparire.

Ma è stato l’incontro con i Maasai a cambiarmi profondamente.

Vederli camminare nella savana con le loro Shuka rosso fuoco — quel rosso intenso e vibrante che sfida l’orizzonte — è stato come vedere il mio logo prendere vita. In quel colore c'è tutto: la forza, il sangue, la dignità. Ho fotografato i loro volti segnati dal sole, occhi profondi come pozzi che raccontano storie millenarie senza bisogno di una parola. Ho cercato la verità nei loro gesti quotidiani, nella fierezza della loro postura, nel modo in cui la loro pelle scura assorbe la luce del crepuscolo.

In Kenya ho affinato l'istinto. Ho imparato a sentire il momento prima che accada, a rispettare lo spazio sacro dell'altro, a documentare la vita nella sua forma più pura e cruda.

Porto questa "visione selvaggia" in ogni matrimonio che racconto. Perché anche sotto un abito bianco o un completo elegante, batte lo stesso cuore che ho sentito nella savana. Cerco quella stessa forza, quel rosso primordiale delle emozioni, quella bellezza autentica che non ha bisogno di pose per brillare.

Dall'orizzonte infinito della Rift Valley al vostro giorno più bello.
Cerco la vita, ovunque essa esploda.


MADAGASCAR

Dove l’azzurro incontra l’anima.

C’è un profumo che ti accoglie ancora prima di toccare terra: è l’aroma dolce e stordente dello Ylang-Ylang che si mescola alla vaniglia lasciata asciugare al sole e al sentore acre del legno di palissandro bruciato. È un profumo che sa di casa e di selvaggio, di terra rossa e di oceano infinito.

A Nosy Iranja, mi sono ritrovato a camminare su quella lingua di sabbia accecante che scompare con l’alta marea. Lì, in mezzo a un turchese così violento da sembrare irreale, non ho cercato il paesaggio da cartolina. Ho cercato i passi dei bambini che corrono nudi verso l’acqua, le rughe profonde dei pescatori che riparano le reti all'ombra delle palme, il contrasto tra il bianco della sabbia e la pelle scura, lucida di sale, dei "nomadi del mare".

Spostandomi verso Nosy Komba, il ritmo cambia. Il blu lascia spazio a un verde smeraldo denso, vibrante. Tra i sentieri di roccia vulcanica e il vociare calmo del mercato artigianale, ho imparato a fotografare il silenzio.

Ho visto donne dai sorrisi luminosi dipingersi il volto con il Tabary (la pasta di legno di sandalo) per proteggersi dal sole; non ho chiesto loro di mettersi in posa. Ho aspettato che si dimenticassero della mia presenza, finché non è rimasta solo la loro grazia innata, un gesto lento, uno sguardo d'intesa. In Madagascar, la fotografia documentaristica diventa un atto di rispetto: rubi l'istante, ma restituisci la dignità di una storia.

Torno da queste isole con gli occhi pieni di una luce pura e la consapevolezza che l'essenziale è invisibile se hai troppa fretta.

È lo stesso sguardo che porto nei miei reportage di matrimonio. Non cerco la perfezione della rivista, cerco la verità del momento: quel caos calmo, quella gioia spettinata, quell'emozione che esplode proprio quando pensate che nessuno stia guardando. Perché la vita, proprio come la marea di Nosy Iranja, è un flusso continuo di bellezza che aspetta solo di essere catturato.

Nessuna maschera. Solo l'emozione nuda, tra il sale e il cielo.


Il Labirinto dei Sensi e dell’attesa.

marrakech

Se chiudo gli occhi, sono ancora lì. Sento l’odore pungente e terroso del cuoio conciato che si mescola alla dolcezza stordente dei fiori d’arancio. È un’aria densa, quasi solida, saturata dal profumo di cumino, cannella e incenso che sale dalle piramidi di spezie color zafferano e porpora.

Camminare nei Souk significa perdersi. Tra le urla dei venditori e il rumore dei motorini che sfrecciano a un millimetro dalle spalle, ho cercato il mio silenzio. Ho cercato quel raggio di luce zenitale che buca le stuoie di paglia sopra i vicoli, disegnando lame d’oro sulla polvere che danza.

In quel caos ipnotico, ho smesso di essere un turista. Sono tornato a essere un cacciatore.

Ho aspettato ore davanti a un piccolo laboratorio di ottoni, finché la fatica non ha abbassato le difese di un anziano artigiano. In quel momento, quando ha posato il martello e ha sollevato lo sguardo verso l'alto per un solo istante, ho scattato. Non c'era posa, non c'era finzione. C'era solo la verità di una vita intera riflessa in una frazione di secondo.

Ho imparato che a Marrakech non decidi tu cosa fotografare. È la città che decide quando mostrarti la sua anima, tra il vapore di un tè alla menta versato dall'alto e lo sguardo fiero di una donna velata che attraversa un cortile in ombra.

Questa è la lezione che porto nei miei reportage di matrimonio: la pazienza dell'attesa. La capacità di restare calmo mentre tutto intorno si muove veloce, per cogliere quell'unico istante di pace, quell'abbraccio rubato, quel gesto involontario che racconta chi siete davvero.

Perché la bellezza non urla mai. La bellezza, proprio come nei segreti dei riad, va cercata con rispetto e cura dietro una porta socchiusa.

Nessun artificio.
Solo il battito autentico di un mondo che non smette di incantare.